RIVALUTARE IL LAVORO E IL PROTAGONISMO DEI LAVORATORI

Pubblichiamo di seguito il documento preparato da Sandro Antoniazzi e Sandro Campanini su lavoro e partecipazione.

A livello dell’economia globale, l’attuale intrinseca debolezza del movimento dei lavoratori costituisce una delle  principali causa del  formarsi  delle enormi diseguaglianze  che continuano a progredire  senza  tregua.

Le cause di questa crisi sono fin troppo note:  globalizzazione, delocalizzazione, tecnologie a risparmio di lavoro, finanziarizzazione, cui vanno aggiunti, sul piano politico, il crollo dei paesi comunisti (che costituivano un argine, non per il merito, ma per la sola loro esistenza ) e il progressivo deperimento dei partiti, che storicamente si richiamavano al lavoro.

Ciò di cui occorre prendere atto è che un intero sistema  di difesa e di promozione politica e sociale delle classi lavoratrici, durato oltre un secolo, è giunto alla sua fine.

Pertanto, se non si vuol vivere di nostalgia o in una condizione di melanconica attesa  di tempi migliori, sembra ragionevole pensare che  la risposta sia una sola: mettere mano a costruire una nuova prospettiva.  Di questo dunque si deve parlare e vale la pena di pensare.

In questa sintetica nota si cerca, per questo,  di indicare alcuni nodi utili a un ripensamento ricostruttivo.

Essi hanno la caratteristica di partire dal basso; in altre parole di presentarsi come percorsi praticabili dalle persone  e dai gruppi a partire dalla loro condizione concreta, dal loro ambiente di lavoro e dalla loro realtà locale.

Non è possibile cambiare il lavoro dall’alto; le leggi possono certo favorire, ma  si tratta di cambiare delle situazioni reali in cui i veri e unici protagonisti sono le persone presenti, quelle che ci vivono e operano.

1.

Un primo campo d’azione va individuato nella  valorizzazione degli aspetti positivi del lavoro attuale. Trattandosi  di tendenze non rappresentano l’universo; sono limitate,  parziali, anche contradditorie, ma esistono e avanzano. Esse sono sostanzialmente due : lavoro di conoscenza e lavoro di relazione.

Se ieri il lavoratore era considerato  come produttore  (questo era  il motivo dell’importanza dell’operaio) oggi sempre di più viene richiesta  al lavoratore una prestazione cognitiva e relazionale, non ripetitiva ed esecutiva, in cui esprimere la propria iniziativa.  In occasione del ricevimento della laurea “honoris causa” alla Università di Venezia, Bruno Trentin, nel suo discorso “Lavoro e conoscenza” prospettava  un lavoro futuro  tutto incentrato sulla conoscenza;  era un’immagine molto ideale, in larga misura irreale, ma utile per orientare  un’azione concreta.

Un analogo discorso va fatto per il lavoro relazionale. Oggi in Italia,  due terzi dei lavoratori operano nel settore terziario  e in questo campo che comprende tante attività diverse (pubblico impiego, commercio, turismo, banche, comunicazione, editoria, spettacolo, ecc…) il rapporto del lavoratore non è con la macchina, ma prevalentemente con le persone.

Abbiamo valorizzato a lungo il lavoro  operaio che era un lavoro con la macchina, perché n on valorizzare il lavoro attuale  che è un lavoro con le persone? Certamente il rapporto con una macchina è più semplice che il rapporto con una persona. Ma qui appunto sta il problema da affrontare oggi, tanto nel lavoro quanto nella convivenza sociale: passare da una solidarietà mitica ( lo stare tutti dalla stessa parte ) a una solidarietà concreta verso le persone che si incontrano e con cui si ha a che fare. C’è qui la radice di una solidarietà tanto più difficile, tanto più vera.

Per chiudere questo punto: oggi questi aspetti positivi del lavoro esistono ma sono vissuti soprattutto a livello individuale. Occorre che diventino una coscienza diffusa, prima di tanti e poi comune.  Se  per un secolo e mezzo il lavoro produttivo/operaio è stato il riferimento, il concetto dominante,  per il movimento dei lavoratori, occorre che progressivamente si affermi un’altra visione, un’altra concezione condivisa.

 

2.

Un secondo campo d’azione è quello che si può definire strategia della partecipazione.

Questo termine spesso non piace perché, soprattutto in passato,  appariva troppo “collusivo” col “padrone”.  Ma innanzitutto oggi in molte aziende i rapporti sono cambiati e sono  meno gerarchici e autoritari di una volta. In secondo luogo è il lavoro attuale che esige la partecipazione. Come è possibile svolgere un lavoro significativo di conoscenza se non in accordo con l’impresa?  E come è possibile sviluppare relazioni senza intesa?  Sarebbe facile moltiplicare gli esempi per dimostrare che molti lavori attuali esigono una base d’ accordo con l’azienda.  Positivamente poi la partecipazione  è entrata negli obiettivi  comuni di CGIL – CISL UIL  nel documento unitario del 14 gennaio 2016.

Partecipazione significa possibilità di sviluppare le proprie capacità e potenzialità e di mettere a frutto le proprie doti e conoscenze, senza per questo rinunciare alla propria libertà e autonomia.

Anzi è proprio dallo sviluppo di questa libertà  e autonomia delle persone/lavoratori che possono  anche aprirsi prospettive diverse nelle imprese e nelle forme di impresa.

Come è noto nel capitalismo possono esistere organizzazioni produttive di vario tipo ( si pensi alle cooperative e al terzo settore), anche con rapporti differenti tra capitale e lavoro, tra lavoro e management.

Si può discutere del futuro del capitalismo, ma intanto fare dei passi avanti a livello d’impresa  ha un duplice risultato positivo: 1) permette delle esperienze di lavoro più libere e più umane; 2) favorisce la crescita di una coscienza collettiva del lavoro che può influire anche sul contesto generale.

Investire sulla libertà delle persone che lavorano costituisce dunque un duplice  investimento valido, per le persone innanzitutto, ma anche per chi crede nella trasformazione sociale.

 

3.

In terzo luogo occorre prendere atto che, accanto a tendenze positive del lavoro,  da valorizzare il più possibile, ne esistono altrettante, e forse più diffuse, di carattere negativo. Ci riferiamo ad un’area notevolmente estesa di disoccupati cronici, di sottooccupati, di precari, di giovani in costante ricerca di una lavoro decente, di working poor, di  lavoratori in nero, di situazioni ancora presenti di caporalato e semi-schiavitù.

Siamo in presenza di una situazione tendenzialmente duale del mercato del lavoro, con un’ampia massa di lavoratori che vivono in una condizione di esistenza al di sotto di un livello umanamente accettabile.

Tenere unito il mondo del lavoro, impedirne la frattura, arrestare questo scivolamento verso il basso, occuparsi in modo preminente  delle fasce deboli del mondo del lavoro è  compito prioritario tanto del sindacato quanto della società civile.

Valorizzare i meccanismi di intervento sul mercato del lavoro (agenzie dell’impiego, formazione professionale, formazione permanente, 150 ore per  istruzione informatica e tecnologica, strumenti attivi di mobilità )  accanto  all’introduzione progressiva di un reddito minimo per situazioni di bisogno sono meccanismi che vanno diffusi e potenziati e non rimanere sempre sulla carta.

Il mondo del lavoro è diventato complesso  e non bastano più la pratica e le conoscenze personali di un tempo per trovare lavoro, occorrono istituti ad hoc, competenti e attrezzati,  che siano capaci di orientare, formare, sostenere i  passaggi di mobilità necessari.

Deve investire di più il settore  pubblico,  naturalmente, che finora ha fatto troppo poco (l’Italia è uno degli ultimi paesi in Europa per spesa nel settore promozionale del lavoro), ma anche il sindacato  deve preoccuparsi di sviluppare delle capacità nuove, non solo rivendicative, per essere all’altezza della situazione attuale del mercato del lavoro.

Questo intervento si presenta strategico perché è nella promozione e redistribuzione del lavoro che va ricercata la risposta prima e essenziale al disagio sociale, destinato altrimenti a diventare un sempre più complesso problema insolubile di povertà e di reddito amministrato  a carico della collettività e dello Stato.

 

 

4.

Da ultimo, come accennato all’inizio, la debolezza del mondo del lavoro è anche politica, dovuta al venir meno dei partiti che rappresentavano il lavoro.

E per rimediare a questo non bastano richiami formali nelle sigle e nei titoli e il perenne invito alle forze di centro-sinistra a fare di più.

Non è un problema di buona volontà (come ricordato recentemente da Giuliano Amato a proposito della vana ricerca dei tentativi di terza via) perché è saltato un legame, un tipo di rapporto tra sindacato e partito, tra classe operaia e politica, e bisogna individuarne uno diverso. Fuori da questa prospettiva si può  essere generosi, ma non si va lontano.

Quello che si può proporre, allo stato, è la formazione di un raggruppamento che, prendendo a prestito la terminologia inaugurata da Pisapia, si potrebbe definire un “campo laburista”: non una forza politica, ma una forza di cultura politica che inizi ad arare il campo per una nuova semina, cioè che si impegni a  elaborare e avanzare proposte inerenti il lavoro in una prospettiva ricostruttiva.

Le prospettive, gli sbocchi, i rapporti verranno dopo, working in progress, tenendo comunque presente che non si tratta solo di produrre idee, ma di promuovere proposte che possano entrare nel dibattito politico e trovare concreta attuazione.

 

 

Questi quattro punti non esauriscono  certamente l’ampia e complessa problematica del lavoro, ma hanno il vantaggio di presentarsi come operativi, di indicare un terreno sufficientemente articolato di temi su cui poter  lavorare costruttivamente da subito.

Essi sono pensati, almeno nelle intenzioni,  come punti unitari, che al di là delle diverse opzioni sindacali e politiche possano costituire una prospettiva su cui impegnarsi in  modo convergente senza preclusioni ideologiche, anche perché tale prospettiva non può che essere unitaria.

Infine nella situazione presente  in cui non si può più contare sulle forze tradizionali del movimento operaio, il cattolicesimo democratico potrebbe costituire  almeno un ambito di stimolo e di riflessione per favorire il riattivarsi di un processo collettivo di cultura sociale che ricomprenda e faccia leva sul lavoro.

 

 

Sandro Campanini   ( Coordinatore nazionale c3dem )

Sandro Antoniazzi    ( Comunità e Lavoro )