Violenza di genere. Chiaroscuri tra abitudini, convenzioni e relazioni

Continuano a fluire le notizie e i commenti sugli abusi alle donne, non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale, e fermiamoci al mondo occidentale nel quale siamo inseriti e immersi. Dell’altro, generalmente, poco sappiamo.
Già tempo fa il politico francese Strauss-Kahn è stato denunciato in USA dalla cameriera dalla quale aveva preteso dei servizi, che lui considerava sicuramente compresi nella sua mansione di sottoposta. Non ricordo se lei li ha concessi, negati o ha assecondato per mancanza di via di scampo, ma non è l’episodio la parte in questione qui.

Dal tempo di Strauss-Kahn il tempo è passato e, sul filo del tempo che si srotola e scivola via, le notizie sulle denunce di molestie e di abusi si moltiplicano e si accavallano a quelle sugli omicidi – termine volutamente errato perchè quello giusto è femminicidi, che come molte delle parole nella forma femminile dà una sensazione di sgradevolezza, di essere fuori posto nell’armonia delle frasi, di poca familiarità linguistica e musicale al nostro orecchio – e si arriva alle attuali denunce nel mondo dello spettacolo, ancora negli USA e poi in Italia e, qualche giorno fa, al mondo del calcio con le accuse a Tavecchio, mister President of Italian Footbal world.
Ingredienti comuni a questi episodi inseriti nella consueta modalità di rapporto tra generi sono:
– La posizione di potere che mette nella condizione di pensare di poter disporre di tutto quel che si vuole (non si desidera, si vuole!!) dai sottoposti;
– La mancanza di potere di chi è nel ruolo di sottoposto e non ha margini di manovra per una risposta non lesiva della propria posizione;
– La violenza fisica o psicologica che si determina dal e nel gioco dei ruoli;
– La diffidenza che si viene a determinare nella società, nei confronti delle istituzioni sociali, quando il sopruso viene perpetrato da chi incarna un ruolo istituzionale;
– La certezza o meno che i fatti siano realmente accaduti: potrebbe essere una calunnia, storia docet;
– Le reputazioni sociali, di chi agisce e di chi denuncia;
– Il pensare comune e le schematizzazioni della società, di qualsiasi società.
Non voglio entrare nei casi particolari che sono alla cronaca, dei quali non mi interesso, ma del fenomeno a cui appartengono e che sta emergendo. Fenomeno consolidato ma sotterraneo, che sta solo emergendo, o meglio che si sta illuminando, portando alla luce comportamenti automatici sul quale, da destra da sopra da sotto e da sinistra si cerca di riflettere.
Come detto, i rapporti tra i generi sono prima di tutto indirizzati e, nostro malgrado, pilotati dalla schematizzazione della società cui si appartiene e poi dal ruolo che si ricopre. Tutte le critiche, le riflessioni, i dibattiti e gli scritti che vengono fatti in proposito e a sproposito hanno almeno il merito di far parlare di questo fenomeno, che non rimane più sotto la superfice della consuetudine ma affiora come piccoli scogli sul mare calmo, quando paragoniamo la quotidianità a un mare calmo, perché in caso di guerra o di situazioni extra quotidiane queste violenze nemmeno hanno diritto di essere riportate, fanno parte del “comportamento extra quotidiano”, legittimato dalla eccezionalità, come lo stupro di guerra.
E l’augurio che ci dobbiamo fare è che almeno a qualche orecchio che non sia delle smaliziate donne attiviste femministe e dei pochi accoliti che hanno colto il significato delle riflessioni e delle rivalse che sono state portate avanti dagli anni ‘70 (veramente da molto prima ma fermiamoci al movimento mondiale degli anni ‘70), arrivi il senso l’impressione la visione di una possibilità di relazione personale diversa a tutti i livelli: dalla relazione sentimentale a quella professionale una relazione rispettosa dei limiti dello spazio di ciascun individuo e delle volontà di ciascun individuoa (non è un refuso!)
Il rischio grosso è che nel grande battage si perda il senso vero delle riflessioni ampie e consone, quelle che potrebbe far accettare un limite al potere della propria posizione in cambio di una società più equilibrata, anche se mi chiedo chi autonomamente imboccherebbe questa strada, in una società in cui la posta in gioco è l’ottenimento del potere a tutti i costi, con annientamento dei concorrenti e accrescimento della schiera di sottoposti, proprio come ci insegnano tanti film e telefilm che dominano gli schermi con super eroi – anche donne alcune volte – irriducibili e soli.
Va da se che, senza chiari, persistenti e pervasivi input educativi in tal senso, la riflessione potrebbe riguardare solo pochie individuie “elettie” dalla propria sensibilità personale e da discorsi altri, mentre la speranza di un cambiamento generale si scontra: primo con le reticenze interne del mondo occidentale, dove la precedente rivendicazione ha prodotto l’acquisizione di diritti che sono come frutti acerbi e teneri, delicati e non radicati nei comportamenti sociali; secondo con il confronto con nuove realtà sociali e culturali a cui, volenti o nolenti, ci siamo aperti con la globalizzazione.
Il mio timore, da cui dipende il mio lavoro e impegno in tal senso, è per questi frutti acerbi, questi giovani diritti acquisiti, che possono bruciare per un improvviso gelo in una primavera che credevamo inoltrata.
La certezza è che le radici sotterranee sono difese dal suolo e resistono al freddo. Germineranno di nuovo, fioriranno e daranno nuovi frutti di collaborazione tra donne, di etnie diverse, che lentamente matureranno rivendicazione del proprio valore e ruolo sociale e cominceranno a cambiare l’educazione dei propri figli, ciascuna nel proprio paese, qualcuna nel paese in cui si è sposata.
Certo avremo bisogno mantenere attiva più di qualche serra, qualche luogo in cui continuare a parlare della possibilità di diversa relazione uomo/donna- donna/società, dove le culture si mescoleranno e produrranno nuove cultivar, nuovi semi, e la famigerata globalizzazione, alias le donne di tutto il mondo, aiuterà l’inseminazione e la proliferazione di polline nuovo. Il lavoro da fare, duro e continuativo, deve essere questo, insieme alla difesa della donne che già ora vivono la realtà della violenza e del sopruso.
Un lavoro duplice, duro e che non si deve mollare se vogliamo che ci siano altre primavere di idee e i diritti e se vogliano che si possa resistere alle gelate fuori stagione.

Franca Filippone