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Intervista all'Abbé Pierre

di Silvio Mengotto

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   E' il testo tratto dall'intervista in occasione della visita dell’abbè Pierre alla comunità Emmaus di Ponticino Laterina, 2004) all'interno della rubrica del TG3 “Altri racconti di vita”.

   D. Chi sono i poveri oggi ?
“Si può dire che ci siano due tipi di poveri. Innanzitutto in tutti i Paesi del mondo esiste il problema di quelli che non trovano lavoro. Questo problema si pone in modo molto diverso nel Terzo Mondo perché non ci sono imprese che assumono lavoratori e nei Paesi industrializzati si attuano politiche sociali che hanno come conseguenza il licenziamento e la disoccupazione di tante persone. Esiste poi un’altra categoria, quella di coloro che perdono il treno e non riescono a integrarsi e, quindi, a trovare una collocazione nella società. In questo periodo di crisi, è evidente che i più forti hanno sempre la tentazione di emarginare, respingere i più deboli perché non c’è posto per tutti”.

D. Cosa stanno causando le ingiustizie di cui soffre il mondo?
“Come sa, siamo in mezzo ad alcuni aspetti contrapposti. Da un lato la tendenza, che si manifesta quando si detiene un po’ di forza, è quella di garantirsi il posto migliore, la fetta più grossa della torta. Questo è il comportamento da parte dei più forti è,  d’altra parte, una delle tentazioni costanti dell’uomo. Dall’altro lato c’è un altro fenomeno che si sta imponendo, cioè l’indignazione di fronte all’uso della forza a spese dei più deboli. E’ una spinta a mettersi al loro servizio con lo stesso atteggiamento con cui guardiamo i più piccoli, proprio come quella cellula primordiale della società rappresentata dalla famiglia. Un nucleo più forte di adulti non si occupa dei neonati, dei malati, dei vecchi, non è più una famiglia e la vita perde senso. Ci sono però anche coloro che d’istinto sono portati, sotto la spinta di un impulso che noi credenti attribuiamo alla grazia di Dio, di adeguare il proprio modo di vita alle necessità dei più piccoli, dei neonati, dei malati o dei vecchi”.

 D. Lei crede che questo mondo possa cambiare, nonostante quello che stiamo raccontando ?
“Questa forma di maledizione, odierno manifestarsi del male come predominio dei forti, non ha impedito di agire a personaggi come Madre Teresa di Calcutta e a tanti esseri umani che non saranno mai famosi, non saranno mai canonizzati, anche se a loro modo potrebbero essere definiti dei santi. Non siamo sufficientemente consapevoli che tutti i giorni, tutte le mattine, ci sono milioni di mamme e papà che svegliandosi pensano soltanto a quello che devono fare per mettersi al servizio della propria famiglia, della propria comunità. Costoro in realtà, anche se non sanno nulla della rivelazione, sono dei santi perché fanno la volontà di Dio assumendosi le proprie responsabilità. Queste energie esistono, non le percepiamo perché non fanno chiasso, ma sono prese in considerazione dalle canonizzazioni. Sono una moltitudine, poco visibile, che in realtà rappresenta il lievito che aiuta la comunità a sopravvivere”.

 
D. E’ possibile, anche con il comportamento di ognuno di noi, cambiare questo modo di consumare che sta portando danni all’ambiente, alle relazioni tra le persone ?
“Tutto questo causa anche problemi alla salute. Si dice che negli Usa attualmente quasi la metà della popolazione soffre di obesità, cioè è troppo grassa. Ed è quello che sta accadendo anche in Europa presentando una vera emergenza perché compromette l’equilibrio del comportamento e l’aspettativa di una vita familiare normale. Occorre fare informazione. Gli uomini politici devono avere il coraggio di continuare a dire all’infinito quali sono le cose che hanno effetti nocivi, che distruggono e, nello stesso tempo, impegnarsi nel far capire come possono essere meravigliosi la natura, l’universo, quando viene rispettata l’essenza di ogni elemento e di ogni creatura”.

D. Lei ha fatto la Resistenza, è stato eletto al Parlamento francese, ha iniziato il movimento di Emmaus. Perché si è fatto coinvolgere così tanto dalla vita ?
“Se ci penso devo riconoscere che ho potuto manifestare questa dedizione grazie al fatto che a diciannove anni ho deciso di diventare frate e per sei anni sono rimasto isolato, in clausura. Cinque ore durante il giorno e due la notte – dalla mezzanotte alle due del mattino – erano dedicate alla preghiera, all’adorazione e all’offerta. Ciò ha sicuramente instillato nel mio animo alcune tendenze. Amerai l’eterno, amerai il prossimo. E’ andata così sino a quando, per problemi di salute, ho dovuto lasciare il monastero e il vescovo di Grenoble mi ha accolto tra i suoi sacerdoti perché avevo bisogno di vivere in montagna. Da quel momento niente è stato più come prima. In quello che sono stato scritto a fare niente è stato previsto metodicamente o è stato frutto di una riflessione. Se trattato semplicemente di non tirarmi indietro di fronte a circostanze e avvenimenti, a richieste di aiuto da parte della gente. Avrei potuto, come se fosse stato normale, di dire a me stesso “non sono affari miei, ci devono pensare i servizi sociali”. Ma istintivamente sono corso in aiuto di questi esseri umani. Le prime persone che ho assistito sono state degli ebrei, le cui famiglie erano state deportate. Una notte sono arrivati degli uomini che chiedevano aiuto e da allora l’ingranaggio si è messo in moto e non si è più fermato. Il movimento di Emmaus è nato in ragione di queste circostanze”.

D. Che significato ha la memoria per lei. Penso alle tragedie del ‘900 ?
“E’ importante ricordare, non ricordare è male. Il secolo scorso ha vissuto la realtà delle due guerre. Da bambino ho conosciuto parenti che durante la prima guerra mondiale hanno subito mutilazioni e famiglie di cui il padre era disperso. Durante la seconda guerra mondiale, con tutti i disastri che ha portato con se, ho assistito alle deportazioni, ho visto persone che, oltre ad essere deportate, venivano costrette a lavorare per il nemico. Tutto ciò non va dimenticato, ma bisogna essere consapevoli che il passato non ci protegge per il futuro. Alla fine del secolo appena trascorso, quando tutti erano pieni di speranza di pace e qualcuno avrebbe tratto orribile ispirazione da questi conflitti, chi avrebbe mai immaginato che il nuovo secolo sarebbe stato segnato da un terrorismo peggiore della guerra perché in un conflitto lo sforzo è quello di avere le forze pari a quelle del nemico. Nella nuova situazione in cui si trova il mondo, il nemico non è ben definito : è inafferrabile, non ci sono mezzi logici per combatterlo. In qualsiasi momento quello che è accaduto a Madrid può succedere in altri Paesi, è un fatto imprevedibile. Ma pur ricordando queste sciagure e in previsione degli attacchi di oggi, non dobbiamo dimenticare che abbiamo due occhi. Se un occhio deve essere aperto coraggiosamente per vedere il male per combatterlo, bisogna tenere aperto l’altro per vedere la bellezza: i fiori che sbocciano di nuovo in primavera, il sorriso dei bambini, vedere tutto quello che è bello, le stelle in una notte limpida e fredda per cui si può vedere lo splendore del cielo. Bisogna incoraggiare le persone a tenere gli occhi aperti, a guardare le bellezze meravigliose che ci possono appagare, ma nello stesso tempo avere anche il coraggio di guardare in faccia il male. A questo si devono preparare i giovani: essere in grado di capire qual è il loro ruolo”. 

 D. Lei ha vissuto anche una stagione di impegno politico. Perché la politica oggi è sempre più lontana dalle persone ?
“Lei crede che gli uomini politici di oggi siano più lontani di una volta dalla gente, io penso di no! Sono stato in Parlamento, è stato il periodo meno utile della mia vita perché non ero preparato, perché il rivestire una carica politica – compito ingrato contrariamente a quanto si pensa – bisogna avere il gusto del potere ed esercitare il potere, ma io non l’avevo. Uomini ambiziosi che, forse, pensavano al Parlamento, ma posso dire che la grande maggioranza dei miei colleghi dei vari partiti erano persone oneste, degne di stima, che cercavano davvero di fare del bene”.

 D. Chi è oggi un cristiano?
“Chi può avere il coraggio di dire “Padre nostro” con tutte le conseguenze che ciò comporta, con la certezza che noi siamo chiamati a essere figli dell’eterno con le sue meraviglie, ma nello stesso tempo dicendo “Padre nostro”riconosciamo di avere il dovere nella vita, di essere fratelli di tutti. Ieri è arrivata una lettera da lontano, dal Madagascar. Un amico di laggiù ci diceva: “ho incontrato una ragazza che portava un bambino sulle spalle”. Le ho detto è un fardello molto pesante. Lei mi ha risposto: “non è un fardello e mio fratello”. Tocca a noi ricordare sempre che quelli che frequentiamo e quelli che conosciamo devono essere trattati come fratelli. Essere cristiani è soprattutto questo! E poi sapere che Dio è unico, ma non è solo. Dio è amore. La Parola viene dall’amore del Padre. La Parola nasce dal soffio dello Spirito. Questo mistero della Trinità è l’affermazione dell’assoluta unicità di Dio che è unico e, nello stesso tempo, non è solo. Noi siamo chiamati a far parte della sua famiglia”.

 D. Come dovremmo vivere l’Islam nelle nostre società ? E’ d’accordo sulla legge che in Francia vieta il velo nelle scuole ?
“E’ un argomento molto difficile. Posso testimoniare che quando è stata presa quella decisione l’opinione pubblica era praticamente divisa in parti uguali tra quelli favorevoli ad una decisione per vietare questo segno e quelli contrari. E’ stata una scelta complessa. Credo che ora ci voglia un po’ di tempo per ritessere un dialogo amichevole, per quanto possibile, con i fratelli musulmani per far capire loro che quello che viene messo in discussione non è il velo. Se non si afferma che a scuola, il luogo dove si forgia l’avvenire, non ci devono essere segni,rischiamo un domani di vedere arrivare cinquanta sette con il loro emblema, così per i partiti politici e i sindacati. Come uscire da questa situazione ? Dobbiamo dire ai nostri fratelli musulmani, con il dialogo e con un minimo di conoscenza del Corano: “avete studiato bene da cosa deriva questa abitudine di portare il velo nel vostro Paese?” In realtà, come uno studioso musulmano mio amico, ho cercato di rintracciare nel Corano dove viene prescritto questo segno. In verità esiste soltanto un vago cenno, che non dice assolutamente di che cosa si tratta, ma suggerisce alle mogli e alle donne di stringere il velo che portano per essere protette e rispettate. Il Corano è stato commentato nei secoli successivi, sono le interpretazioni che hanno imposto una quantità di usanze di cui non si parla affatto nel Corano. Solo attraverso il dialogo riusciremo a far capire che non è una discriminazione nei confronti dei musulmani, ma che se non si ponesse un freno alla pubblicità di simboli di qualsiasi tipo, un domani la scuola diventerebbe invivibile”.

D. Che significato dà alle diversità, alla diversità ?
“Non saprei cosa rispondere. Per fortuna non c’è monotonia. Per fortuna c’è la diversità che fa si che ci siano ragazzi e ragazze con caratteristiche differenti. Ci sono quelli bravi nello sport e non sono brillanti negli studi, e quelli invece bravissimi negli studi. Nella Repubblica francese quando si è parlato di libertà, uguaglianza e fraternità, prima di tutto il popolo si è espresso per la libertà e l’uguaglianza e più tardi per la fraternità perché ci si è resi conto che la libertà senza la fraternità significava che i forti potevano schiacciare i deboli. Se si è liberi, non condizionati da nulla, l’uguaglianza è un’ assurdità, assolutamente irrealistica. Quando sei nato tu, o sono nato io, c’era uguaglianza tra i due neonati altrimenti che ne sarebbe stato di noi? Per fortuna c’era uguaglianza ! C’erano un padre e una madre adulti, che poi sarebbero diventati vecchi e non ce l’avrebbero più fatta e quei bambini sarebbero diventati, a loro volta, degli adulti. Questa è la fraternità! Il concetto di uguaglianza da solo non è realistico. È un’assurdità che non corrisponde a nulla di possibile. Solo la fraternità crea un’armonia e fa sì che questi ideali così belli siano dei veri valori”.

D. A 92 anni che significato ha, per lei, la parola speranza ?
“Bisogna fare una chiara distinzione in francese tra speranza e aspettativa. C’è l’aspettativa di avere da mangiare, di vedere soddisfatte le necessità immediate. La speranza invece è la certezza che abbiamo in noi che la vita ha un significato che c’è una meta. La speranza tiene il volto del significato dell’esistenza. Si può vivere con poche aspettative e molte delusioni, ma non si può vivere senza qualche speranza”.

D. A un povero basta la parola speranza?
“A nessuno basta la speranza! Evidentemente sarebbe un inganno se confidando una viva speranza si lasciasse senza cibo chi ha fame. L’aspettativa, la realizzazione delle aspettative è una condizione per mantenere viva la speranza”.

D. Cos’è la felicità?
“Abbiamo in noi qualcosa che è stato stampato. In noi ci sono dei vuoti che sono un richiamo alla verità, alla bellezza, all’amore, all’amicizia. La felicità è quando questi vuoti sono stati colmati con il passare del tempo. La mia speranza ora è l’avvicinarsi dell’incontro con colui che è tutto quello a cui aspiro: bontà e carità”.

(Gennaio ’07, sistemazione di Silvio Mengotto, testo non rivisto dall'autore)

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