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L'urlo e l'abbraccio

di Grazia Villa

   

da ADISTA - Segni nuovi n. 81

Sono stanca di vedere occhi umiliati o bagnati di pianto. Sembra un attacco retorico o peggio ancora melenso, ma è proprio la prima reazione del cuore che mi induce a rispondere così, senza esitazioni, alla provocazione della rubrica “mi sta a cuore”.

   

Sarebbe fin troppo semplice addebitare questo moto dell’anima al cosiddetto burnout professionale, anche se dopo quasi trent’anni di ogni attività lavorativa il rischio è elevatissimo ma non credo sia l’interpretazione più fedele.

Ne ho avuto la certezza, durante la diretta del dibattito al Senato che ha condotto alla vergognosa approvazione del decreto sulla sicurezza, quando ho capito che l’esasperazione non poteva sgorgare solo dalla fatica di aver raccolto negli otri del mio studio legale, tra le tante mai indistinte lacrime, quelle di donne bianche maltrattate, vilipese, schiacciate, rese impotenti o sterili, forse perché al dolore si accompagna l’esperienza viva e consolante del quotidiano che si squarcia all’improvviso e qualche volta si illumina con il coraggio di un’azione, la speranza di un dirompente desiderio di libertà, la forza dello spezzare catene di soggezione, la fierezza di un sorriso riconquistato, la gioia di uno sguardo nuovamente limpido.

L’urlo, l’ennesimo basta è fiorito in gola quando il richiamo ad una vera politica cristiana e solidale invocata dal sen. Gasparri, quale ratio e fonte del provvedimento di legge, ha superato la barriera difensiva del mio udito, testato sul modo silenzioso per evitare altre arrabbiature, e l’impeto del sen. Bricolo inneggiante alla fine del buonismo di stato ha superato la sottile linea rossa della piccola via omertosa che si annida a volte nel cuore protetto dalla calda coperta della difesa della psiche!

Quando gli ospiti, gli ultimi arrivati, quelli che potremo aiutare solo dopo la nostra gente, se vi saranno risorse sufficienti hanno assunto il volto conosciuto e gli occhi stracolmi di lacrime di Josephine, clandestina, sequestrata, abusata, messa incinta a 16 anni, che non sa come fare per non perdere l’amatissima bambina figlia del sopruso; di Aster, cittadina italiana, ma nera, perciò trattata da clandestina, che lotta da anni per riavere suo figlio minore; di Shaid, clandestino, torturato, con padre e fratello uccisi e di Qaiser, clandestino, bravissimo cuoco, transitante in Pakistan, Iran, Turchia, tutti e due in attesa di in un improbabile riconoscimento di status di rifugiato politico (la percentuale dei respingimenti dei ricorsi è altissima!!!); di Mohammad, clandestino, fuggito dalla morte per la ribellione ad un matrimonio combinato, la cui fidanzata è già stata uccisa e di Duoda, nomade nel deserto per fuggire alla fame, tutti e due in attesa di un riconoscimento umanitario che non arriverà per mancanza di elementi probatori. Non posso nominarveli tutti, ma il loro nome è scritto nel cuore. Già, questa volta poche donne, non ho potuto mettere i miei occhi nei loro, non mi sono persa nel bianco così bianco del bianco e sprofondata nel nero così nero dell’iride, già… per loro la fuga è spesso impossibile e quando avviene finisce nei nostri mari.

Che succederà a tutti loro? Che cosa potrò fare per loro se già fino ad oggi ero quasi impotente? Non sono donna da panico, né da pessimismo strisciante, sono una combattente, sono un’avvocata, che fare? Non sottrarre lo sguardo, non tacere, non demordere, attingere alla loro fede, alla loro speranza, senza depredare, senza sfuggire l’abbraccio, senza temere il pianto, esigere dalla mia comunità cristiana di pronunciare parole come pietre, con il cuore conficcato nell’Ecce Homo e la mente liberata dell’Ecce domina, ricordando i canti di Kelle e le danze di Ramallah… et… et…

Respiro e pronuncio il mio Amen, che non sia di solitudine, ma di condivisione.

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