{"id":4900,"date":"2024-08-01T12:43:38","date_gmt":"2024-08-01T12:43:38","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rosabianca.org\/?p=4900"},"modified":"2024-08-01T13:09:12","modified_gmt":"2024-08-01T13:09:12","slug":"tecnica-e-politica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rosabianca.org\/?p=4900","title":{"rendered":"Tecnica e politica"},"content":{"rendered":"\n<p>di <em>Nicol\u00f2 Lipari<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Ripubblichiamo il testo scritto dal prof. Nicol\u00f2 Lipari in cui affronta il confronto tra tecnica e politica per uno sguardo a &#8220;lungo raggio&#8221;.<\/em><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignright size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/www.rosabianca.org\/wp-content\/uploads\/NLipari_.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.rosabianca.org\/wp-content\/uploads\/NLipari_.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-4901\" width=\"325\" height=\"256\" srcset=\"https:\/\/www.rosabianca.org\/wp-content\/uploads\/NLipari_.jpg 771w, https:\/\/www.rosabianca.org\/wp-content\/uploads\/NLipari_-300x237.jpg 300w, https:\/\/www.rosabianca.org\/wp-content\/uploads\/NLipari_-768x606.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 325px) 100vw, 325px\" \/><\/a><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p>1. Nessuna stagione al pari di quella che stiamo vivendo ha mai segnato un cos\u00ec vistoso distacco tra politica e tecnica, intesa la prima come organizzazione della pluralit\u00e0 in una razionale convivenza dei diversi in termini di almeno relativa eguaglianza e la seconda come utilizzazione necessaria, ancora una volta in chiave di razionalit\u00e0, di tutti gli strumenti (economici, giuridici, scientifici) idonei a realizzare, nelle contingenze date di tempo e di luogo, le prospettive di un ordinato equilibrio sociale.<\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>A lungo si \u00e8 ritenuto che la politica si risolvesse ormai nel pregiudizio verso la politica, senza neppure rendersi conto che il pregiudizio sulla politica \u00e8 di per s\u00e9 un fatto politico, posto che, negando la politica, si finisce per ottenere, lo si voglia o no, il consolidamento in forma dispotica di chi gestisce il potere. Senza dire che \u2013 come aveva da tempo lucidamente avvertito Hanna Arendt \u2013 surrogare il giudizio con il pregiudizio diventa rischioso proprio quando invade la sfera politica, perch\u00e9 il pensiero politico si fonda essenzialmente sul giudizio che impone una effettiva esperienza del presente, laddove invece il pregiudizio si colora sempre di accadimenti passati, cos\u00ec prevenendo e ostacolando ogni responsabile valutazione dell\u2019attualit\u00e0 storica. A ci\u00f2 si aggiunga l\u2019effetto costrittivo che discende dall\u2019uso pervasivo dei c.d.&nbsp;<em>social<\/em>, che, restringendo il perimetro valutativo nella perentoriet\u00e0 dell\u2019algoritmo, sono di per s\u00e9 di freno ad ogni forma argomentativa di tipo persuasivo, cos\u00ec frapponendo un ulteriore ostacolo alla possibilit\u00e0 stessa di impostare i presupposti di un giudizio.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019esperienza degli ultimi anni si \u00e8 venuto tuttavia consolidando anche un pregiudizio verso la tecnica, espresso attraverso le forme di una radicale contestazione di tutte le&nbsp;<em>\u00e9lites<\/em>, intese queste come il corpo di coloro che sono dotati di competenze specifiche ignote ai pi\u00f9. La prevaricazione dei nuovi strumenti comunicativi tende a realizzare una sorta di idealizzazione del popolo in opposizione a tutte le&nbsp;<em>\u00e9lites<\/em>, concepite come autoreferenziali, distanti, ostili, con conseguente propensione ad affidare a&nbsp;<em>leaders<\/em>&nbsp;carismatici \u2013 attraverso la valorizzazione di strumenti di c.d. democrazia diretta estranei ad ogni forma di rappresentanza e con radicale superamento di tutti quei corpi intermedi che il nostro impianto costituzionale aveva considerato preziosi strumenti di democrazia autenticamente pluralista \u2013 la soluzione di problemi che pure esigono conoscenze specifiche e competenze tecniche. Esempio emblematico di questo atteggiamento si \u00e8 avuto nella perentoria risposta di un autorevole membro del Governo alle osservazioni di un alto esponente della Banca d\u2019Italia sul documento di programmazione economica: \u201cSe vuole avere titolo a parlare si faccia eleggere\u201d. Come se l\u2019elezione fosse di per s\u00e9 strumento legittimante per la soluzione (anzi per la stessa discussione) dei problemi nella loro valenza tecnica. Tutto ci\u00f2 che assume, agli occhi delle masse, rilievo intellettuale o sapore di competenze specifiche merita di essere accantonato nel segno di quel \u201cl\u2019uno vale uno\u201d che \u00e8 il presupposto formale della democrazia, non lo strumento risolutivo dei problemi che essa pone. La soluzione di un problema di economia o di statica non pu\u00f2 dipendere dal voto (attivo o passivo) di chi la propone, ferma comunque la necessit\u00e0 di trovare sempre un punto di equilibrio tra la forza del numero e la legge di ragione.<\/p>\n\n\n\n<p>La convergenza di questi due rifiuti pregiudiziali verso la politica da un lato e verso la tecnica dall\u2019altro tende ormai a segnare negativamente l\u2019esperienza sociale del nostro tempo, posto che la politica \u00e8 una necessit\u00e0 ineliminabile per la vita umana, sia per la vita del singolo che per quella della comunit\u00e0. Poich\u00e9 l\u2019uomo non \u00e8 autarchico e dipende nella sua esistenza dagli altri deve esservi una cura dell\u2019esistenza che riguarda tutti e senza la quale non sarebbe possibile convivere. Peraltro l\u2019attuazione della politica nel segno della libert\u00e0 non pu\u00f2 porsi al di fuori di precise consapevolezze tecniche, consapevolezze che anzi la realt\u00e0 contemporanea tende a rendere sempre pi\u00f9 sofisticate e specialistiche.<\/p>\n\n\n\n<p>2. A mio giudizio, la crisi di rapporto tra tecnica e politica segna una delle ragioni fondanti delle difficolt\u00e0 in cui si avvita l\u2019esperienza politica del nostro tempo. Nel momento infatti in cui il programma politico diventa mera prospettazione dei fini senza indicazione dei mezzi idonei a conseguirli e comunque senza possibilit\u00e0 di alcun serio dibattito tecnico sulle modalit\u00e0 attuative di questi mezzi, tutto si risolve nella generica ricerca di un consenso fine a se stesso, consenso oltre tutto destinato a dissolversi di fronte alla prospettiva di nuovi fini sempre pi\u00f9 velleitari ed astratti. In questa chiave la domanda non \u00e8 pi\u00f9 quale sia il senso della politica, ma semmai se la politica abbia ancora un senso. In fondo, per questa via si finisce per ripristinare la vecchia convinzione che il dominio sia il concetto centrale della teoria politica.<\/p>\n\n\n\n<p>Il generico ed insistito riferimento al modello di un diffuso \u201cpopulismo\u201d non fa che riflettere questa condizione di distacco tra le attese della collettivit\u00e0 e gli strumenti tecnici idonei a soddisfarle, con conseguente accentuazione di una politica fatta di promesse demagogiche cui segue il successivo ribadito diritto-dovere di realizzarle senza nessuna possibilit\u00e0 di lasciar intendere che, quando si tratta di promesse palesemente illusorie, propagandistiche, irresponsabili, il dichiarato tentativo di realizzarle non \u00e8 certamente una virt\u00f9. Dobbiamo vincere la tentazione di convertire la democrazia della rappresentazione in democrazia dell\u2019identit\u00e0, la volont\u00e0 del popolo in acclamazione del popolo, la sfera pubblica in pubblicit\u00e0, il corpo elettorale in campione statistico, il suffragio universale in sondaggio di opinione. E\u2019 ovvio che il populismo, dissolvendo il corpo del popolo nella totalit\u00e0 liquida dell\u2019opinione pubblica, finisce per asservire alle sue pulsioni sia la tecnica, come responsabile valutazione di tutte le conseguenze legate alle scelte di governo, sia la politica, intesa come investimento di lungo periodo che tenga conto anche delle attese di generazioni future, ovviamente sottratte ad un immediato riscontro elettorale. Non \u00e8 senza significato il fatto che i governi c.d. populisti registrino i loro maggiori attriti con i tecnici dell\u2019economia (interni ed internazionali), chiamati ad evidenziare la necessit\u00e0 della coerenza finanziaria e del vincolo principale che ogni scelta pubblica \u00e8 tenuta a rispettare, nel quadro dei princip\u00ee di cui agli artt. 81 terzo comma e 97 primo e secondo comma cost., che sanciscono rispettivamente il principio di equilibrio dei bilanci e di sostenibilit\u00e0 del debito pubblico nonch\u00e9 quello del buon andamento dell\u2019attivit\u00e0 amministrativa. Assumere iniziative a debito che contraddicono a quei princip\u00ee e che determinano pesanti ricadute future significa negare all\u2019un tempo tecnica e politica perch\u00e9 si tratta di scelte di cui non si valutano i riflessi n\u00e9 di medio n\u00e9 di lungo periodo. Sintomo di questo atteggiamento, che, nel segno di un immediato consenso, nega sia la tecnica che la politica, \u00e8 l\u2019uso sconsiderato del sistema dello&nbsp;<em>spoyl sistem<\/em>&nbsp;attuato dai pi\u00f9 recenti governi non nei termini previsti all\u2019origine ma in maniera generalizzata volta a realizzare una sintonia di parte fra le strutture ministeriali e l\u2019assetto del governo. La continuit\u00e0 dei tecnici dell\u2019amministrazione aveva in passato garantito, nonostante le diverse connotazioni politiche legate alla successione dei governi, un minimo di coerenza economica ed amministrativa. Oggi invece questa continuit\u00e0 viene negata in radice e ad ogni cambio di governo si realizza un rinnovamento radicale di gran parte delle strutture di vertice delle amministrazioni pubbliche con conseguenze deleterie sulla stessa funzionalit\u00e0 della macchina burocratica. Senza dire poi delle conflittualit\u00e0 fra strutture tecniche legate a diverse parti politiche: emblematica quella tra la Presidenza del Consiglio e il Ministero dell\u2019economia e delle finanze spesso mettendo in crisi lo stesso ruolo istituzionale della Ragioneria generale dello Stato.<\/p>\n\n\n\n<p>3. La radicale antitesi proposta da Weber tra \u201cetica della convinzione\u201d, che riguarda i fini, ed \u201cetica della responsabilit\u00e0\u201d che concerne i mezzi, sembra aver trovato oggi la sua manifestazione pi\u00f9 evidente, con l\u2019aggravante che mentre, secondo Weber, solo la prima \u00e8 passibile di essere sottoposta al vaglio della ragione nella forma del \u201cse\u2026allora\u201d, la seconda non lo \u00e8, e nel suo ambito siamo chiamati a prendere atto della \u201cirrazionalit\u00e0 del mondo\u201d. Su questo presupposto oggi i politici di professione pretendono di assegnare il connotato della ragione alle loro scelte, assumendo che nessuna verifica \u00e8 consentita, ma semmai un\u2019adesione maggioritaria in chiave di consenso elettorale. Non v\u2019\u00e8 dubbio che la razionalit\u00e0 che governa la politica sia quella strategica, ma ci\u00f2 non esclude che, una volta individuato il fine, la scelta dei mezzi non possa essere consegnata al politico di professione, dovendo di necessit\u00e0 misurarsi con alcuni precisi (e non aggirabili) condizionamenti tecnici.<\/p>\n\n\n\n<p>Naturalmente il sapere dei tecnici, per potere efficacemente influenzare le decisioni politiche, deve rispondere a rigorosi requisiti. Innanzitutto deve scontare l\u2019autonomia da condizionamenti esterni: il che, nel mondo attuale, accade sempre meno di frequente, posto che continuano a prospettarsi \u201ctecnici di area\u201d, cio\u00e8 persone che, contraddicendo al loro ruolo, si sforzano di adattare lo strumento al fine anche quando \u00e8 oggettivamente impossibile. Ci\u00f2 non significa naturalmente assumere che le scelte tecniche siano tutte neutrali, ogni traguardo offrendosi, salvo casi limite, a scelte alternative quanto ai modi per conseguirle, ma significa semmai escludere posizioni che finiscano ambiguamente per confondere due profili che, pur coordinandosi, devono rimanere rigorosamente distinti. In secondo luogo la tecnica deve rispondere ad una coerenza disciplinare ed offrirsi ad un basso livello di critica: ed anche questo accade oggi sempre meno di frequente, anche in funzione dell\u2019uso strumentale che i grandi mezzi di comunicazione fanno delle informazioni che hanno una ricaduta di segno politico, artificiosamente distorcendo risultati che in sede tecnica godono invece di una serena prevalenza. Non dobbiamo dimenticare che per Aristotele la tecnica \u00e8 sinonimo di cultura: \u00e8 una forma di sapere che, generato dall\u2019esperienza, si eleva oltre la conoscenza del particolare al quale rimane relegata l\u2019esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p>Si \u00e8 venuto oggi affermando un modello culturale (ma sarebbe meglio dire un luogo comune) che, mentre riconosce la crescente penetrazione della scienza e della tecnica in ogni ambito della vita quotidiana, tende invece ad ammetterla nella sfera politica solo in un senso deteriore, quando, per esempio, si tratti di spiegare l\u2019ottundimento delle capacit\u00e0 di giudizio dovuto alle nuove forme di comunicazione e alla loro azione subliminale. Non ci si rende in tal modo conto del fatto che postulare l\u2019impermeabilit\u00e0 dell\u2019arena politica alla penetrazione di logiche tecniche e scientifiche significherebbe fatalmente, nella cornice della societ\u00e0 del sapere, condannare le istituzioni ad una arretratezza che finirebbe per favorire soltanto la disgregazione sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratta allora oggi, nella linea indicata da Perelmann, di ridefinire i contorni di una \u201clogica delle azioni\u201d che sia in grado di confrontarsi con i problemi del \u201csenso\u201d e dei \u201cfini\u201d. Non \u00e8 pi\u00f9 consentito collocare i due atteggiamenti su piani assolutamente paralleli. I fini debbono essere posti in rapporto con i mezzi idonei a perseguirli e i politici, nelle loro prospettive di quadro, debbono potere costantemente dialogare con tecnici capaci di valutare quella idoneit\u00e0. Dobbiamo liberarci dallo stereotipo di un politico che disprezza la tecnica. Solo in tal modo sar\u00e0 possibile intendere il senso di una verit\u00e0 collegata alla prassi, purch\u00e9 si tratti di una prassi condivisibile in chiave di ragione.<\/p>\n\n\n\n<p>Dobbiamo oggi ripartire \u2013 rompendo i paradigmi di forme comunicative del tutto meccaniche e superficiali \u2013 da una razionalit\u00e0 intesa come campo dell\u2019argomentazione, rendendola immune sia dal dogmatismo sia dall\u2019estenuazione scettica ed educando ciascuno di noi a capire che la logica dei fini deve sapersi coniugare con quella dei mezzi riscoprendo l\u2019autentico senso della socialit\u00e0, che non pu\u00f2 stemperarsi nell\u2019ottica riduttiva di scelte morali e politiche contingenti, destinate in quanto tali a rimanere prive di giustificazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Il problema consiste nel trovare un giusto punto di equilibrio tra la necessit\u00e0 per le istituzioni politiche di essere recettive nei confronti delle consapevolezze dei tecnici, ovviamente evitando il rischio della strumentalizzazione politica del sapere e l\u2019esigenza di evitare che rilevanti decisioni politiche siano prese sotto la copertura della \u201cragione tecnica\u201d. Oggi l\u2019impressione prevalente \u00e8 che la tecnica risulti disprezzata e comunque sottomessa alla forza assorbente del numero, quasi che le prospettazioni di un tecnico, anzich\u00e9 essere sottoposte alla dialettica propria della scienza di cui \u00e8 cultore, possano essere esclusivamente offerte ad una verifica elettorale. Si tratta cio\u00e8 di vincere l\u2019affermazione di&nbsp; Heidegger, secondo il quale all\u2019et\u00e0 della tecnica non sarebbe attribuibile un sistema politico, e men che meno un sistema democratico.<\/p>\n\n\n\n<p>Al di l\u00e0 della stessa ambiguit\u00e0 semantica del termine \u201cpolitica\u201d, certo \u00e8 che una condizione minima, ma al contempo anche necessaria, per identificare ci\u00f2 che \u00e8 politico consiste nel vedervi l\u2019\u201carte della conciliazione\u201d che, in presenza di molteplici e variegate forme di conflitto, tende a creare spazi di accordo consensuale, evitando fin dove \u00e8 possibile il ricorso all\u2019imposizione. La cultura occidentale \u00e8 vissuta a lungo nell\u2019alternativa se lo Stato fosse ente di ragione, secondo la prospettiva hegeliana, o non piuttosto luogo dell\u2019esercizio della forza, secondo l\u2019impostazione marxiana. Oggi, nella stagione del postmoderno, in cui lo Stato ha perduto gran parte dei suoi poteri e viene comunque sempre pi\u00f9 rifiutata ogni forma di accentramento del potere, si tratta di riscoprire \u2013 ma anche nel segno di una valorizzazione delle competenze tecniche \u2013 il punto di collegamento tra autorit\u00e0 e razionalit\u00e0. La prima si legittima in forza di una razionalit\u00e0 che la societ\u00e0 sia in grado di intendere e di condividere; la seconda tende progressivamente a consolidarsi in forme capaci di acquisire autorit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>4. L\u2019artificio che sottende il modo in cui il nostro sistema politico oggi intende il rapporto con la tecnica \u00e8 evidenziato anche dall\u2019ambiguit\u00e0 del riferimento a c.d. \u201cgoverni tecnici\u201d (Ciampi, Dini, Monti) che si sono in Italia determinati, sempre sulla base di un ampio appoggio parlamentare, in momenti di particolare difficolt\u00e0 economica, al solo fine di non imputare ad una piuttosto che ad altra parte politica provvedimenti di peso per il comune cittadino. L\u2019unica connotazione che li distingue \u00e8 quella di essere presieduti da un non politico professionale e di essere in massima parte composti da non parlamentari, ma ci\u00f2 evidentemente non incide sul loro ruolo essenzialmente politico, anche se di una politica esercitata in contingenze che sembravano non ammettere alternative nella scelta degli strumenti tecnici.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel tempo presente il rapporto fra tecnica e politica si viene colorando di una serie di indici ulteriori, un tempo sconosciuti. E\u2019 stato giustamente e da pi\u00f9 parti osservato che oggi i governi degli Stati membri dell\u2019Unione europea debbono ricevere oltre alla fiducia (in senso tecnico) delle Camere, anche la fiducia (in senso atecnico) degli Stati membri e delle istituzioni dell\u2019Unione europea nonch\u00e9 dei \u201cmercati\u201d. Nonostante la sostanziale autonomia dei due circuiti, essi reciprocamente si influenzano di guisa che il giudizio dell\u2019Unione europea e dei mercati finisce per incidere sul successo o l\u2019insuccesso dell\u2019azione di governo, spesso condizionandone i tempi e le modalit\u00e0 di svolgimento quando non la sua stessa composizione. La vicenda, a tutti nota, della scelta, ad ogni cambio di governo, del ministro dell\u2019economia sempre indirizzata ad individuare una figura dotata di un solido profilo tecnico e comunque di una sua autonoma notoriet\u00e0 presso le istituzioni economiche internazionali, ne sono un chiaro indice. In termini formali si \u00e8 addirittura sostenuto che il nostro quadro costituzionale non \u00e8 esclusivamente fornito dalla Carta del 1948, risultando questa integrata sia dalla clausola aperta di cui all\u2019art. 11 cost., sia dai richiami pi\u00f9 puntuali all\u2019ordinamento dell\u2019Unione europea pi\u00f9 di recente collocati negli artt. 97 (con la legge costituzionale n. 1 del 2012) e 117 primo comma (con la legge costituzionale n. 3 del 2001). Nella complessit\u00e0 di questo contesto la costituzione italiana deve ritenersi integrata dai Trattati dell\u2019Unione europea e dalle norme da questi derivati. In questo quadro va letta la famosa lettera a firma congiunta del Presidente della Bce Trichet e del Governatore della Banca d\u2019Italia Draghi che, quale che sia il giudizio che ne hanno dato i costituzionalisti, testimonia comunque l\u2019incidenza sulla politica economica dello Stato di un organismo come la Bce non rappresentativo politicamente n\u00e9 eletto democraticamente.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 tuttavia evidente che la complessit\u00e0 di un contesto cos\u00ec articolato rende ancor pi\u00f9 necessaria l\u2019integrazione tra tecnica e politica, essendo indispensabile che le scelte politiche si radichino su di una serie di indici che certo non appartengono alle consapevolezze del cittadino comune. Questo viene sollecitato ad adesioni emozionali ed epidermiche mentre poi l\u2019attuazione delle scelte di governo richiedono tecnicalit\u00e0 di segno economico e non solo, che non sono certo nel bagaglio culturale corrente.<\/p>\n\n\n\n<p>A ben vedere, i rigurgiti di sovranismo ai quali andiamo assistendo sono segno non solo di un radicale sovvertimento di quella prospettiva di cooperazione internazionale che si era aperta al mondo dopo la caduta del muro di Berlino, ma anche di questa crisi di rapporto tra tecnica e politica. Nel momento in cui le modalit\u00e0 tecniche di attuazione di un progetto politico escono dalla prospettazione razionale del quadro, l\u2019idea stessa di democrazia si viene svuotando di qualsiasi contenuto riducendosi nella modalit\u00e0 di un\u2019investitura oltre tutto sempre pi\u00f9 indebolita da un lato dalla superficialit\u00e0 degli strumenti pubblicitari di sollecitazione del consenso, dall\u2019altro dal crescente incremento dell\u2019astensionismo elettorale. N\u00e9 pu\u00f2 dirsi che quella democrazia di esercizio che si riflette sulla acquisita consapevolezza del rapporto tra il fine proposto e i mezzi idonei ad attuarlo possa ridursi nell\u2019interrogativo secco posto ai pochi eletti iscritti ad una rete telematica da un esperto della comunicazione. Si pu\u00f2 anzi dire che la logica rigida dell\u2019algoritmo, che suppone l\u2019accettazione o la negazione di un quesito secco da altri formulato contraddice al meccanismo di una argomentazione di tipo persuasivo che permette di costruire dialetticamente e progressivamente una volont\u00e0 collettiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Il superamento di una simile crisi apre certo ad un tragitto difficile, che sembra contraddire con i paradigmi del nostro tempo, ma \u00e8 una via che sar\u00e0 indispensabile percorrere se si vorr\u00e0 davvero uscire dalle strettoie di una democrazia intesa come periodica investitura di capi (oltre tutto da parte di una minoranza), che \u00e8, com\u2019\u00e8 ovvio, l\u2019equivalente di una democrazia illiberale. Solo cos\u00ec sar\u00e0 possibile riconquistare il primato della persona e del cittadino e quindi riacquisire il senso autentico di una sovranit\u00e0 (che \u00e8 l\u2019opposto del sovranismo) quale vero strumento di giustizia.<\/p>\n\n\n\n<p>5. Nella dissociazione fra tecnica e politica si viene consumando una delle pi\u00f9 gravi crisi che sta vivendo l\u2019esperienza della moderna democrazia, una crisi che, nel conflitto fra vari centri di potere e nell\u2019impossibilit\u00e0 di realizzare un costruttivo dibattito sui mezzi, finisce per accentuare quello che \u00e8 stato definito il c.d. \u201cpotere di blocco\u201d che si risolve nella non decisione. La contrapposizione fra fini prospettati in astratto senza un serio processo di selezione fra le possibilit\u00e0 attuabili finisce per far avvitare il sistema in un processo paralizzante. Nel momento in cui i procedimenti tecnici di attuazione escono dalla dialettica politica o vengono comunque lasciati sullo sfondo, il quadro si risolve in un incremento delle alternative di fronte ad una platea di insoddisfatti e quindi inevitabilmente aumenta la possibilit\u00e0 della non decisione.<\/p>\n\n\n\n<p>Rimane tuttavia sullo sfondo, inespressa ma non per questo meno significativa, quella che potremmo chiamare la&nbsp;<em>nostalgia dei valori<\/em>&nbsp;che, nella conflittualit\u00e0 del postmoderno, si tende sempre pi\u00f9 a concentrare nei princip\u00ee costituzionali. La risposta pesantemente negativa che in Italia si \u00e8 avuta ai tentativi di mettere mano ad una modificazione della costituzione per asserite ragioni di migliore funzionalit\u00e0 del sistema parlamentare ne sono un chiaro sintomo. Di fronte ad un mondo che appariva sempre pi\u00f9 preda di mille poteri, anomico, deprivato di ogni forza, dominato da presenze anonime di stampo mercantile, finanziario, sovranazionale, il comune cittadino ha ritenuto di doversi aggrappare ai princip\u00ee della costituzione, quasi a salvaguardia di una prospettiva politica ancora ritenuta possibile in chiave di valori.<\/p>\n\n\n\n<p>Io credo che solo partendo da qui sia consentito rifondare una politica che non risolva se stessa in una tecnica del potere, ma sappia dialogare con le varie tecniche in un equidistante rapporto tra mezzi e fini. Si tratta di trovare \u2013 e non \u00e8 possibile farlo che in una razionale dialettica fra questi due poli \u2013 il punto di equilibrio di una cultura che continuamente oscilla tra l\u2019idea della&nbsp;<em>polis<\/em>, nel suo significato letterale, e quello della&nbsp;<em>civitas<\/em>, ora affermando la supremazia del tutto sulla parte, ora accentuando i diritti delle parti sul tutto. Solo un responsabile ritorno alle consapevolezze tecniche che debbono supportare ogni scelta politica sar\u00e0 possibile evitare la sterile contrapposizione tra la pretesa di offrire \u2013 secondo l\u2019immagine di Benjamin Constant \u2013 al popolo nel suo complesso l\u2019olocausto del popolo in alcune delle sue parti e quella alternativa di cavalcare il libero gioco degli appetiti individuali nella speranza che la somma di tali soddisfazioni raggiunga poi il terreno della collettivit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratta di vincere due rischi opposti: quello di una politica che si risolva in una mera prospettazione di traguardi da raggiungere nella ricerca di un consenso fine a se stesso e quello di una politica che si riduca ad amministrazione ordinaria divenendo l\u2019ordine esecutivo dell\u2019intelligenza della tecnica. Nel primo caso la politica diventa mera predicazione, nel secondo si formalizza in una procedura.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo, delineato il quadro, non \u00e8 facile individuare le terapie. Il punto di partenza \u00e8 sicuramente dato dall\u2019ancoraggio ai valori costituzionali e alle garanzie che dai medesimi derivano. Se ogni scelta dei fini fosse necessariamente proposta in questa chiave ne discenderebbe la necessit\u00e0 di giustificarla in una prospettiva di lungo periodo rifiutando il ripiegamento nell\u2019immediato. Ci\u00f2 inevitabilmente determinerebbe la duplice esigenza di una giustificazione in chiave di valore anzich\u00e9 di opportunismo e di un connesso ripristino della centralit\u00e0 delle competenze. Si tratta \u2013 e inevitabilmente ci\u00f2 implicher\u00e0 un lungo tragitto attuativo \u2013 di educare ad un pensiero critico, che non si risolve mai nell\u2019adesione emozionale e simpatetica ad un traguardo, ma esige la consapevolezza dei pesi e contrappesi idonei a conseguirlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ci\u00f2 naturalmente implica il ripristino di una seria mediazione giuridica che rifiuti ogni burocratismo od eccesso di legislazione e recuperi il senso di un diritto inteso come principio di ragione comunemente condiviso. Per limitarsi ad un esempio soltanto in cui la politica come mera proclamazione aveva dimenticato ogni ricaduta tecnica, basterebbe far richiamo alle norme limitative dell\u2019accesso degli stranieri ad una prestazione sociale (art. 11 d.l. 112\/08), delle quali la Corte costituzionale (sent. n. 166\/18) nel cancellarle dall\u2019ordinamento, ha pesantemente scritto che \u201cattingono gli estremi dell\u2019irrazionalit\u00e0 intrinseca\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>In questa ottica, io credo, si potr\u00e0 ripristinare in chiave moderna il senso dell\u2019ideale platonico che vedeva nella politica quella sintesi capace di \u201cfar trionfare una giusta causa\u201d (Platone,&nbsp;<em>Politica<\/em>, 304 s.) attraverso il coordinamento e il governo delle singole tecniche. Nell\u2019et\u00e0 della tecnica, anzich\u00e9 predicare il tramonto della politica, si tratta di riscoprirne il valore ideale aiutandola ad acquisire, con il supporto delle diverse tecniche, uno sguardo a lungo raggio capace di ripristinare quella concezione finalistica della storia che consente di superare ogni artificiosa manipolabilit\u00e0 nell\u2019ottica riduttiva del contingente, riaffermando la soggettivit\u00e0 quale paradigma normativo della razionalit\u00e0 e dei valori.<\/p>\n\n\n\n<p><em>settembre 2019<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Nicol\u00f2 Lipari Ripubblichiamo il testo scritto dal prof. Nicol\u00f2 Lipari in cui affronta il confronto tra tecnica e politica per uno sguardo a &#8220;lungo raggio&#8221;. 1. Nessuna stagione al pari di quella che stiamo vivendo ha mai segnato un cos\u00ec vistoso distacco tra politica e tecnica, intesa la prima come organizzazione della pluralit\u00e0 in &hellip; <a href=\"https:\/\/www.rosabianca.org\/?p=4900\" class=\"more-link\">Continua la lettura di <span class=\"screen-reader-text\">Tecnica e politica<\/span> <span class=\"meta-nav\">&rarr;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-4900","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-senza-categoria"],"publishpress_future_action":{"enabled":false,"date":"2026-07-07 20:14:29","action":"change-status","newStatus":"draft","terms":[],"taxonomy":"category","extraData":[]},"publishpress_future_workflow_manual_trigger":{"enabledWorkflows":[]},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4900","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4900"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4900\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4906,"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4900\/revisions\/4906"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4900"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=4900"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rosabianca.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=4900"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}