Dopo le dimissioni del Card. Angelo Scola

Dopo le dimissioni del Card. Angelo Scola, per un nuovo vescovo in sintonia col  nuovo corso di papa Francesco

Il 7 novembre il nostro arcivescovo ha dato le dimissioni, in coerenza con le norme canoniche . E’ un momento importante per la diocesi. Nell’attuale struttura fortemente gerarchica della Chiesa  molte cose (troppe) dipendono dal vescovo. Egli  ha poteri discrezionali nella gestione del mondo ecclesiastico che, nella situazione di oggi, vanno ben al di là  di molte affermazioni  del Concilio che ha posto al centro della comunità ecclesiale il ruolo del Popolo di Dio e non l’attuale struttura clericale. Ben sappiamo però che, in un sistema di nomina che non condividiamo e che è estraneo a una larga parte della storia della Chiesa, ci sono   pastori che hanno lasciato un segno positivo  e che sono rimasti nella coscienza popolare, altri hanno solo gestito l’ordinaria amministrazione  contribuendo a quel diffuso immobilismo nella pastorale  che da tempo constatiamo nel nostro paese e nella nostra diocesi.

Dalla comune consapevolezza dell’importanza del vescovo  dovrebbe conseguire un’attivazione delle strutture di base del nostro mondo cattolico per discutere, proporre e ricercare come si possa affrontare il “passaggio” a un nuovo vescovo nel modo migliore. Il circuito dei   gruppi ecclesiali che firmano questo testo sono nati quando il Card. Martini nel febbraio del 2002 diede le dimissioni. All’interno del nostro impegno generale per la riforma della Chiesa, avendo come riferimento il Concilio, abbiamo voluto   farci parte attiva nel percorso che portava alla sua successione , sperando che la mobilitazione in merito  avvenisse anche in altre realtà  del complesso ed esteso mondo della nostra diocesi. Facemmo incontri, assemblee, documenti, li ripetemmo quando nel 2011 dovette lasciare il Card. Tettamanzi. Due erano i punti centrali del nostro intervento, da una parte una  riflessione su una maggiore diffusa corresponsabilità   sul sistema della nomina dei vescovi, dall’altra l’esame della condizione della nostra diocesi con l’ambizione di poter fare analisi e dare indicazioni che servissero per la nuova gestione della nostra  Chiesa locale con l’arrivo del nuovo vescovo.

La nomina del vescovo  

Nei nostri interventi avevamo detto che  il vescovo nell’istituzione ecclesiastica promuove la lettura e la conoscenza della Parola, indica i percorsi,  è segno di unità. Nei primi secoli della   Chiesa  il vescovo è stato espressione di un consenso fraterno espresso dalla comunità dei credenti (popolo e clero) che veniva confermato dai vescovi delle diocesi limitrofe e poi dal vescovo di Roma. L’intervento diretto del papa era finalizzato soprattutto a impedire le ingerenze del potere politico. Nel tempo la nomina dei vescovi  è stata  progressivamente sottratta al clero e al popolo. Attualmente il vescovo è nominato dal papa senza che egli debba  dare alcuna indicazione sui criteri usati; questo potere   si è affermato in modo diffuso in tutta la Chiesa solo recentemente con il codice di diritto canonico del 1917. E’ così disatteso il messaggio sulla nomina dei vescovi che Antonio Rosmini espose  nella “terza piaga del piede destro” (“Delle cinque piaghe della Santa Chiesa “Cap.74-77).

L’ecclesiologia del Vaticano II ci deve spingere a cercare strade nuove.  In questa ricerca comune l’aiuto e la presenza dello Spirito è su tutti: “C’è un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef.4,6). Il nuovo corso di papa Francesco speriamo si occupi anche di questo nuovo percorso.

Non possiamo dimenticare che, per trentacinque anni, il criterio di gran lunga principale nelle nomine è stato a senso unico, penalizzando forze vive presenti nella Chiesa e anche provocando lacerazioni. Sono state poco considerate le capacità personali  e il rapporto con la Chiesa locale a vantaggio del criterio della fedeltà  alle direttive romane e a una ortodossia generatrice solo di conservazione con ben poca attenzione ai segni dei tempi. Con questo sistema di nomina si è così, col tempo, diffusa nel mondo cattolico  l’attitudine alla passività al momento delle dimissioni del vescovo (o del parroco). Si prende atto come fatto ovvio e inevitabile della rigida struttura gerarchica. Noi pensiamo invece che siano necessari interventi, discussioni e proposte che servano a riflettere sulle questioni di fondo dell’evangelizzazione (oltre che sui problemi concreti  della  gestione delle strutture)  per cercare di delineare progetti per il futuro anche solo densi di  interrogativi e di questioni di cui discutere. Noi pensiamo che si debba lentamente creare, in modo diffuso, una cultura che crei le condizioni perchè il sistema attuale venga modificato con la presenza di tutte le componenti ecclesiali (vedi Lumen Gentium cap. 12) che si esprimano e che contino non lasciando voce solo alle curie e al papa.

Dobbiamo anche dire che siamo fiduciosi che papa Francesco, pure all’interno del sistema vigente, riesca a liberarsi dalle lobby curiali e a indicare un vescovo per la nostra diocesi  che venga dal basso e che si ispiri al Concilio in modo non retorico od obbligato. Alcune recenti nomine sono andate in questa direzione.

 

La nostra diocesi

 

Nei quattordici anni durante i quali nella nostra città abbiamo scritto, organizzato, proposto sui  problemi generali della Chiesa il riferimento alla situazione locale non è mai mancato, sia perché il vissuto quotidiano nelle comunità ecclesiali  è il migliore maestro per capire le situazioni generali,  sia per l’importanza (in Italia e non solo)  della diocesi di Milano, per le sue dimensioni, per  la sua storia e per le questioni pastorali tipiche di un mondo secolarizzato  che vi emergono più che altrove. Nella nostra diocesi poi esistono fermenti di base, presenze sociali e riflessioni pastorali che sono diverse e spesso alternative al  conservatorismo delle strutture tradizionali (parrocchie, movimenti, ordini religiosi…).Ad esse abbiamo cercato di dare voce.

Facciamo un elenco di alcune  questioni che, via via, con convegni, documenti e libri  abbiamo sollevato:

— anzitutto la mancanza di dialogo, di relazioni, di laicità nell’affrontare tanti problemi  (sessualità, omosessualità, famiglia, testamento biologico, rapporto con la politica  ecc…) quando essi sono posti in modo non conformista. Le  situazioni trovano sempre risposte a senso unico. Ciò che conta, prima di tutto,  sono l’ortodossia e poi  gli “eventi”, i “numeri”, l’organizzazione. Le nostre riflessioni nel mondo ecclesiastico hanno sempre trovato un muro di gomma;

—le molteplici attività pastorali e caritative  della nostra diocesi sono ampiamente supportate dalle donne , alle quali però, salvo eccezioni, ben raramente vengono affidate vere significative responsabilità;

— l’assenza di posizioni decise, costanti e tempestive sul fenomeno delle  violenze di ogni tipo nei confronti delle donne;

— la persistenza di una educazione tradizionale alla sessualità e alla affettività;

— nessuna iniziativa sul problema della pedofilia del clero se non quella di proporre ancora alla vittima di rivolgersi al vescovo pur dopo  i tanti fatti scandalosi che si sono ripetuti un po’ dovunque e che hanno avuto quasi sempre il silenzio o la copertura delle curie. E’ stato accettata e praticata, senza alcun complesso di colpa, la linea generale, del tutto censurabile,  della Conferenza episcopale;

— la predicazione della Parola di Dio nelle messe domenicali  è , in generale,  di livello meno che mediocre. L’omiletica sembra non essere un  problema nell’aggiornamento dei presbiteri, nei seminari e nella facoltà teologica;

— l’impegno ecumenico e nel dialogo interreligioso è limitato a iniziative di vertice senza un vero impegno a creare consapevolezza della necessità di un cammino paziente  da percorrere ovunque verso l’unità nella diversità;

— c’è la  necessità di una gestione veramente condivisa , pubblica e trasparente delle risorse economiche sia parrocchiali che diocesane;

— non c’è sufficiente attenzione a  una pastorale nei confronti delle sorelle e dei fratelli non credenti o in ricerca;

—i luoghi della formazione dei soggetti (ministri e laici) destinati a  responsabilità pastorali o d’insegnamento  sono  chiusi alle riflessioni e alle esperienze di chi ha una posizione di pratica e di ricerca esterna agli ambiti ecclesiastici e, ancor di più, a chi è considerato espressione di posizioni giudicate non ortodosse.

Abbiamo la convinzione che nella nostra diocesi  ci sia troppa ordinaria amministrazione, troppo trantran abitudinario,  anche se spesso accompagnato da molto attivismo e da iniziative meritevoli soprattutto in campo sociale.  Tutto ciò non basta più, in un momento di veloci cambiamenti nei modi di vivere e nelle culture e in cui si assiste, insieme agli aspetti negativi della secolarizzazione,  ad una ripresa della ricerca di senso  nei confronti della quale il messaggio evangelico ha parole di liberazione e di speranza.

L’arrivo di un nuovo vescovo dovrebbe  essere l’occasione che lo Spirito ci offre per ripensare tutto. E’ questo il nostro auspicio. Il contributo che diamo , come in passato, è quello di indicare alcuni punti fermi che fanno parte dell’eredità migliore della  nostra diocesi.

Quattro punti per un nuovo corso

Essi sono:

  • la centralità della Parola di Dio, mediante la lettura e la meditazione del primo e del secondo Testamento, deve essere il fondamento della vita di fede, personale e comunitaria; essa non  deve essere subordinata a precettistiche di ogni tipo, ad arroccamenti su proprie certezze, all’efficientismo nell’organizzazione e nelle iniziative pastorali;

 

  • i rapporti ecumenici stabiliti a Milano devono intensificarsi, perché il percorso ecumenico è condizione privilegiata di una fede autentica. Esso comporta il riconoscimento, ognuno per la propria chiesa, delle responsabilità delle divisioni esistenti e dell’impegno per una  progressiva convergenza, nella diversità,  tra i credenti nell’Evangelo. Papa Francesco sta facendo aperture molto importanti. L’ecumenismo di base è la condizione per passi in avanti che le strutture ecclesiastiche non possono scoraggiare. Anche il dialogo interreligioso deve continuare  e non deve fermarsi a rapporti formali o diplomatici;
  • il dialogo positivo con la cultura “laica” e il cammino comune con chi è in ricerca sono momenti irrinunciabili  in un mondo secolarizzato. In ciascuno  di noi convivono l’incredulo e il credente e quindi la ricerca diventa terreno comune nel quale è possibile una operante critica  reciprocità e un arricchimento comune;

 

  • la pratica di rapporti sociali equi nei luoghi di lavoro e in ogni altra attività, l’accoglienza dell’immigrato, la difesa e la promozione della legalità, la ricerca della pace fondata sulla giustizia tra sud e nord del mondo, il contrasto nei confronti della terza guerra mondiale a pezzi, la salvaguardia del creato, l’impegno al perdono come condizione della pace devono essere  lo stile condiviso e messo in atto da ogni credente nel proprio vissuto quotidiano  e nella società. Queste pratiche di vita  contraddicono le logiche idolatre dell’individualismo, del corporativismo, del nazionalismo, della mitizzazione del successo e del denaro.

 

In questo modo, se accompagnato da parole e da segni inediti, ci pare che il nuovo vescovo potrà essere il pastore che ascolta e che si mette in sintonia con l’insegnamento  di Francesco, vescovo di Roma, accettandone con convinzione il “nuovo corso” nella  vita della nostra Chiesa .

Coordinamento 9 marzo

(Comunità ecclesiale di S.Angelo, Noi Siamo Chiesa, Il Graal, Centro Helder Camara, Preti operai della Lombardia, La Rosa Bianca)

Milano, 12 dicembre  2016